
I detti popolari
La roba di
varon la va tle mèn di sciupon.
I beni degli avari finiscono nelle mani degli spreconi.
Chi sministra, sminestra.
Chi amministra la fa da padrone.
Lè l governe di piciòn: chi
becca becca.
E il governo dei piccioni: chi becca
becca.
Quando cè tant gall a cantè en
sfa mèi giorne.
Quando ci sono tanti galli a cantare non si fa
mai giorno.
Locch del padron ingrassa el caval.
Locchio del padrone ingrassa il cavallo.
Chi en sa fe, en sa gnanca cmandè.
Chi non sa fare non sa neanche comandare.
Chi spuda in alt, i casca adoss.
Chi sputa in alto, gli ricade addosso.
Jha cambied i sonador ma la musiga la
jè sempre quella.
Sono cambiati i governanti ma la situazione è
immutata.
El pèn djatre lha sett
crost.
Il pane altrui ha sette croste.
Lucèl in gabbia en canta par amor,
canta par rabia.
Luccello in gabbia non canta per amore,
canta per rabbia.
Par litighè cvò in dò.
Per litigare bisogna essere in due.
Sofre el giustpel pecador.
Soffre il giusto per il colpevole.
Mèj la croc che ne la cort.
Meglio la croce che il tribunale.
É mèj un cativ acomodament chè na bona lit.
É meglio un cattivo accordo di una causa
vinta.
La fatiga e el pèn bròn jè fatt par i
quajòn.
La fatica e il pane scuro sono fatti per i
fessi.
Lòr tir lòr, la vaca tira el
tòr, i quajon la caretta.
Loro attira loro, la vacca attira
il toro, i fessi tirano la carretta.
A paghè e a morì vèn sempre in temp.
A pagare e a morire viene sempre in tempo.
Val piò na roba fatta che ne cent da
fè.
Vale più una cosa fatta che cento da fare.
Chi è lent a magnè èlent anca a fadighè.
Chi è lento a mangiare lo è anche nel
lavoro.
Chi lavora ha na camigia e chi en
lavora i nha dò.
Chi lavora ha una camicia e chi non lavora ne
ha due.
Fa e arguasta, sdventa mastre.
Facendo e rifacendo, si diventa maestro.
La facenda dla sera en bsogna lascela par la
matèna.
La faccenda della sera non bisogna lasciarla
per la mattina.
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